di Checchino Antonini
«Siamo più di cinquantamila», dicevano
a un certo punto gli organizzatori guardando il fiume di persone in cui
erano immersi costeggiando il lungomare prima di risalire Carignano e
dirigersi a Piazza De Ferrari. Quanto di più? «Centomila!». Più i
genovesi che sono scesi a guardare la manifestazione, più quelli che
hanno rinunciato perché scoraggiati da Trenitalia oppure colpiti dalla
strategia della tensione, orchestrata da un importante giornale locale,
con la collaborazione di un impresario di vigilanza privata attendibile
quanto un collaboratore della commissione Mitrokin. Dicevano che
sarebbero calate le orde di ultras, che ogni negozio chic avrebbe
dovuto munirsi di body guard. Ora lo dovranno spiegare a chi, come la
signora Gianna ha chiuso la sua trattoria per dare retta ai
professionisti della paura. O a qualsiasi “sciur Parodi” che la mattina
legge il giornale. Ma non tutti hanno ascoltato le Cassandre, e se
qualche saracinesca è restata abbassata è stato per lo sciopero dei
lavoratori del commercio dopo la rottura delle trattative. A voler
essere coerenti dovrebbero titolare a nove colonne “Non è successo
niente”. Invece è successo molto.
E’ successo che centomila persone,
la più grande manifestazione all’ombra della Lanterna dopo il 2002,
hanno manifestato contro il ribaltamento su 25 manifestanti dell’accusa
di devastazione e saccheggio che invece, 300mila persone, erano venute
a formulare nel luglio 2001 agli Otto grandi: devastazione e saccheggio
ma del pianeta. Con l’aggravante della sospensione della democrazia, la
più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale, avrebbe detto
Amnesty international, nei tre giorni di lugubre kermesse del G8
culminata con l’omicidio di un ventitreenne che aveva visto spuntare da
un defender dei carabinieri la pistola che lo avrebbe ammazzato. Nello
stesso momento gli 8G stavano ascoltando il premier giapponese che
suonava uno Stradivari fatto venire apposta in zona rossa. E il
ministro degli Esteri e un parlamentare-sottufficiale dei cc, tutti e
due di An, erano in una caserma dell’Arma mentre i carabinieri
sferravano la carica illegittima, anche con armi improprie, contro un
corteo autorizzato, dando il via a tre ore di scontri feroci. Chiunque,
nel corteo, sa che non è vero quello che ha detto il pm Canciani quando
ha chiesto 225 anni e un milione di risarcimento ai 25 manifestanti:
che non ci sarebbe un legame tra le cariche e la difesa di una parte
dei manifestanti, tra le cariche e l’omicidio di un ragazzo.
Dal camion della comunità di S.Benedetto al Porto,
che guida lo sfilamento, prende la parola Andrea Gallo, splendida
figura di prete di strada, fondatore della comunità, orgoglioso dei
suoi ragazzi che tengono lo striscione: “La storia siamo noi”. «Vi
parla don Gallo – avverte dal microfono come se parlasse a Radio
Londra, quella che ascoltava da partigiano – non lasciatevi provocare,
‘fanculo ai profeti di sventura!». E, ancora: «Sono stato incaricato di
leggervi un messaggio di Alex Zanotelli». “Anarchico cristiano”,
definizione di don Gallo, anche il comboniano che interroga la piazza:
«Ma se 25 persone diventano i capri espiatori mentre i responsabili
delle violenze vengono promossi ad alte cariche dello Stato, che
democrazia è questa?». E che cos’è la democrazia? «Questa
manifestazione offre alla sinistra l’opportunità di ridurre la frattura
tra istituzioni e pezzi di giovani generazioni. Punti dirimenti la
commissione d’inchiesta, cambio dei vertici della polizia, evitare la
prescrizione dei reati commessi alla Diaz e Bolzaneto. Oggi è la prima
volta dalla vittoria dell’Unione che siamo in piazza insieme fuori dal
dilemma con Prodi o contro, con una piattaforma autonoma». «Vedo una
straordinaria dinamica di movimento, è come rivedere via Tolemaide –
sembra rispondere a don Gallo, Luca Casarini, ex tuta bianca del
Nordest facendo notare la composizione del corteo: in testa le
moltitudini, in fondo gli spezzoni dei partiti – è una risposta che
rimette in gioco la riflessione a sinistra: l’unità è per il movimento
o per il governo?». «E’ un segnale forte – commenta Piero Bernocchi,
portavoce Cobas – tantissimi sono venuti per conto proprio, c’è voglia
di movimento e nessuna fiducia per una commissione d’inchiesta che
sarebbe gestita da chi ha avallato la deriva sicuritaria». «Non abbiamo
governi amici, né un amico al governo», insiste dal camion palco anche
Luchino, cantante degli Assalti frontali, che suoneranno a De Ferrari
con Roy Paci, Zulu, Bisca. «Penso che il 9 giugno è mancata una parte
della sinistra, il 20 ottobre, invece, ne è mancata un’altra. Questa
manifestazione segna una discontinuità e la possibile riapertura di un
percorso che rimetta al centro il metodo che costruì il Gsf e quindi la
contaminazione. Ho visto una manifestazione carica di emozione, come
non succedeva da tempo», spiega Federico Tomasello, coordinatore
nazionale dei Giovani comunisti.
«Ma la commissione è necessaria per far luce sulla strage del diritto di quei giorni –
dice Giuliano Pisapia, può servire a chiedere ad un Amato sotto
giuramento perché De Gennaro è diventato il suo capo di gabinetto,
perché i suoi sono stati tutti promossi». E passano No Tav, No Tir, No
Dal Molin, dinamiche rese possibili da Genova 2001, altrimenti
impensabili. Sfilano i comitati di memoria, verità e giustizia, il
supporto legale, i mediattivisti. Parlano di Federico Aldrovandi, Aldo
Bianzino, Renato Biagetti, Carlo Giuliani, con gli occhi e le voci dei
loro compagni, genitori, amici. Parlano delle vittime della Diaz e di
Bolzaneto. E’ contenta e sdegnata Enrica Bartesaghi, la mamma di Sara,
desaparecida a Bolzaneto dov’era stata portata dalla Diaz. Contenta
della piazza, «tutti insieme, oltre ogni aspettativa», non certo del
processo «indegno» ai 25, e del «silenzio delle istituzioni». Intanto
il sole tramonta, anzi «si uccide tra le onde» per citare De André,
poeta e genovese, che citerà anche don Gallo alla fine di tutto,
scegliendo i versi della Storia di un impiegato e di una bomba: «E se
credete che tutto sia come prima, perché avete votato ancora la
sicurezza e la disciplina, convinti di allontanare la paura di
cambiare, verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più
forte: per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti».
Versi dedicati alla sua città. Giulia, che studiava alla Diaz sei anni
fa, dice che «hanno vinto loro», «che è un mortorio». Il lillipuziano
Alberto Zoratti dice che è «una città difficile dopo la fine del
movimento operaio, la società civile fatica a costruire reti, come se
il 2001 non fosse accaduto». «Città spaventata ad arte – ammette Simone
Leoncini, dirigente locale del Prc – ma pezzi importanti hanno
risposto: è la più grande manifestazione dal 2002».
Arci,
Attac, antifascisti, antagonisti, anarchici, ambientalisti,
lillipuziani, comunisti rifondati o italiani, critici o ortodossi,
cattolici, cobas, centri sociali, redskin della Sharp con le sciarpe
del tifo. Ci sono tutte le anime del social forum e tutti i portavoce
di quei giorni e gran parte dei manifestanti sono reduci, recidivi. E
ci sono anche delle new entry: Sinistra democratica, ad esempio, e
pezzi di Cgil che disobbediscono agli ordini e scendono in piazza col
simbolo della confederazione, come la Rete 28 aprile di Cremaschi. Più
tardi don Gallo dirà dal palco che avrebbe dovuto esserci Epifani a
concludere la manifestazione e non «due poveri preti» (don Vitaliano e
lui) nella stessa piazza dove, a soli 17 anni, festeggiò la liberazione
dal nazifascismo e 15 anni dopo vide i ragazzi con le magliette a
strisce scontrarsi con la polizia per impedire il congresso dei
neofascisti del Msi.
Ciascuno rinarra la sua Genova
mentre ripercorre i passi del corteo dei migranti che aprì quei giorni
di sei anni fa e riuscì a non essere violentato dal “blue bloc”. Ironia
della sorte, il 90% di quei migranti rischia l’espulsione «se dovesse
tramutarsi in legge il decreto sulla sicurezza che attribuisce ai
prefetti, sulla base di valutazioni discrezionali, la facoltà di
espellere anche i parenti di chi commette un crimine», ha avvertito
Giuliano Pisapia, ex presidente della commissione Giustizia della
Camera al convegno del mattino in un auditorium del centro storico.
Perché da Genova 2001 in poi, segnala Pisapia, ogni decreto contro il
terrorismo o contro la violenza negli stadi, è diretto in realtà anche
contro i movimenti sociali limitandone l’agibilità, la possibilità
stessa di azioni di disobbedienza civile non violenta.
Ma
molti, nel 2001, nemmeno c’erano. Perché troppo giovani. Come Greta,
diciottenne, liceale di Voltri, attiva nell’Uds che ieri ha manifestato
anche al mattino nella giornata mondiale per il diritto allo studio,
una sorta di primo maggio studentesco. Come Giorgio, romano dei
collettivi della Sapienza, 16 anni nel 2001- La politica, nella sua
vita, sarebbe arrivata l’anno dopo. Per loro Genova furono tre giorni
in cui si cercò di spezzare le gambe a un movimento appena nato a
Seattle. «Per chi è venuto dopo quella cicatrice era ben presente, del
social forum Firenze – dice Giorgio – mi ricordo anche la tensione e la
paura».
Genova, 17 novembre 2007