Incontro – dibattito

Palazzo Savelli - Albano









Bruciare il futuro...

l'unica soluzione ai rifiuti?










A Cura:

PRC Gruppo circoscrizionale Albano Centro

marco.bizzoni@tiscali.it











Il Problema Inceneritori!

Gli inceneritori di rifiuti, detti anche termovalorizzatori, sono considerati dalla grande stampa e dalle amministrazioni come: "La soluzione al problema dei rifiuti con il guadagno della produzione di energia”.
L'incenerimento ed il conferimento in discarica dei rifiuti, sono una perdita di risorse e materie prime non rinnovabili della Terra.


Molto spesso gli inceneritori sono propagandati come la soluzione al problema delle discariche perchè realizzano una riduzione del volume dei rifiuti. In realtà la reale riduzione del volume dei rifiuti, dopo l'incenerimento, è circa del 60/70%. Infatti alcuni rifiuti non bruciano (ad es. ferro, vetro), ed altri se ne producono.

Il processo di incenerimento in realtà trasforma la natura dei rifiuti producendo ceneri, quasi un terzo dei rifiuti, trattati; fumi e gas, prodotti nel processo di combustione; fanghi di depurazione; carboni attivi.

L'inceneritore produce maggiore materia in uscita poiché ai rifiuti addiziona ossigeno (la combustione è un processo di ossidazione) e aqua. Più precisamente i materiali di risulta per ogni tonnellata di rifiuti bruciata sono:

! tonnellata di fumi immessi in atmosfera

280\300 Kg di ceneri “solide”

30 Kg di “ceneri volanti”

650 Kg di acqua di scarico

25 Kg di gesso

Le ceneri prodotte, dai termovalorizzatori, devono essere smaltite in una discarica per rifiuti speciali in quanto contengono metalli pesanti ed altre sostanze tossiche e nocive (diossine, furani, PCB) prodotte nel processo di combustione. Più i sistemi di abbattimento dei fumi sono moderni ed efficaci, più sono le sostanze tossiche si accumulano nelle ceneri che poi dovranno essere smaltite in discariche speciali. Anche l'acqua utilizzata per il lavaggio dei fumi risulta essere inquinata.


Se l'inceneritore viene paragonato con gli altri sistemi di gestione dei rifiuti, considerando anche i cosiddetti “costi nascosti”, ovvero i costi ambientali e sanitari che vengono sostenuti dalla collettività si scopre come quello che doveva essere una “valorizzazione” in realtà si scopre essere una perdita secca su tutta la linea per la società. In termini di qualità dell'ambiente, della salute, dello sviluppo del lavoro. Infatti gli unici a ricevere una “valorizzazione” sono i proprietari dell'impianto che vengono pagati per smaltire i rifiuti e pagati a prezzi agevolati per l'energia che si produce mentre tutti i costi vengono scaricati sulle spalle e nelle tasche della società e dei cittadini.

Ogni volta che i rifiuti vengono bruciati significa che sarà necessario prelevare nuove risorse dalla terra per realizzare nuovi prodotti. Infatti l'energia prodotta bruciando i rifiuti, non può considerarsi "rinnovabile" nei rifiuti sono contenuti materiali, come le plastiche, derivati da combustibili fossili, e quindi esauribili. Anzi l'utilizzo della plastica come "combustibile" rischia di generare un circolo vizioso petrolio – produzione – plastica – incenerimento altamente dissipativo e di alto impatto ambientale.

L'incenerimento recupera solo l'energia della capacità calorifico di un oggetto (il potere calorifico è il calore che l'oggetto sprigiona quando viene bruciato), ma non l'energia e le risorse necessari alla sua produzione. Se si vuole fare una corretta analisi energetica si deve considerare che i materiali che entrano nell'inceneritore portano con sé un bagaglio energetico costituito da:
1. l’energia direttamente ed indirettamente utilizzata per produrre ciascun materiale
2. l’energia usata per dargli la forma desiderata
3. il potere calorifico
4. l’energia spesa per le varie operazioni di trasporto
5. l’energia spesa per la raccolta
6. l’energia spesa per triturarlo e compattarlo per la produzione di CDR (combustibile da rifiuti)
Prendendo a modello le plastiche, l'elemento più appetito dagli inceneritori in virtù del loro elevato potere calorifico, molto superiore a quello delle altre componenti dei rifiuti, scopriamo che l’energia da esse prodotte bruciando è solo circa un terzo di quella servita per produrle. Insomma bruciare significa buttar via per sempre tutta l’energia spesa per produrre un manufatto. È questo il motivo per cui in altri Paesi si preferisce riutilizzare il più possibile questi materiali anziché affrettarsi a distruggerli.
Carta e plastiche, in particolare, sono i materiali che possiedono il maggior potere calorifico, quelli che più interessano gli inceneritori, ma sono ambedue pienamente riciclabili. Se si provvedesse al loro sistematico riciclaggio, diverrebbe non-economico ricavare energia dalla combustione dei rifiuti.

In generale un inceneritore più brucia rifiuti più guadagna pertanto il ricavo economico positivo sarà legato a due condizioni:

*l'inceneritore deve bruciare rifiuti costantemente al massimo della sua capacità;

*deve rimanere in esercizio un lungo periodo di anni.

Per questo i gestori degli impianti stipulano contratti di lungo termine 20\25 anni che prevedono un quantitativo di rifiuti garantito.


Per quanto riguarda i rischi sulla salute malgrado i progressi riguardo ai sistemi di abbattimento degli inquinanti è, tutt'oggi, impossibile effettuare monitoraggi in continuazione per le sostanze più tossiche (quali le diossine). Attualmente il controllo è solo indiretto, in base alle condizioni di combustione. Infatti si ritiene che mantenendo costanti le condizioni operative le emissioni tossiche avranno piccole fluttuazioni, ma nessuno può garantire costantemente che vengano rispettati i limiti di legge e i margini di sicurezza per la popolazione.
Gli stessi controlli previsti dalla legge sono insufficienti poiché prevedono di effettuare 8 ore di monitoraggio 2 o 4 volte l’anno come rappresentative del funzionamento dell’impianto per tutti gli altri giorni di funzionamento, senza considerare che la variegata composizione del rifiuto dovrebbe impedire di considerare tali controlli effettivamente rappresentativi delle condizioni di esercizio dell'impianto.


I limiti di legge riguardano peraltro l’emissione giornaliera degli impianti, non l’accumulo nell’ambiente circostante delle sostanze tossiche, caratteristicamente molto persistenti e bioaccumulabili negli organismi. Ovvero, anche se giornalmente viene emessa una quantità inferiore ai limiti di legge, queste sostanze si accumulano nell’ambiente ed entrano gradualmente nella catena alimentare.
Alla domanda se esiste una soglia al di sotto della quale l’emissione di queste sostanze sia “innocua”.
Il professor Cesare Maltoni afferma: In cancerogenesi teoricamente la soglia non esiste perché il processo di cancerogenetica è un processo probabilistico stocastico” cioè, teoricamente, anche una sola molecola tossica può essere sufficiente per originare un tumore.
Oggi , nonostante siano stati censiti oltre 250 di questi composti - limitandosi ai soli composti organici nei fumi dell’incenerimento dei rifiuti in servizio pubblico - esistono norme specifiche per soli 20 degli inquinanti rilasciati in aria dagli inceneritori.



Quanto mi costi? Analisi dei costi di un inceneritore di Federico Valerio, Pres. Italia Nostra – Liguria
La campagna pubblicitaria a favore dei termovalorizzatori, gestita alla grande da tutti i mezzi di comunicazione di massa, omette volutamente due essenziali informazioni: "Quanto ci costa e chi paga?".
In base a documenti dell'Unione Europea, la risposta alla prima domanda è che la termovalorizzazione è il metodo più costoso per smaltire rifiuti.
In Austria, l'incenerimento di una tonnellata di rifiuti da parte del termovalorizzatore di Vienna, quello che si dice sia nel centro della città e che è stato affidato alle cure estetiche di un fantasioso architetto, costa ben 148 Euro. In Danimarca, termovalorizzare i rifiuti nell'impianto di Copenhagen che si vuol far credere sorga vicino alla "Sirenetta", costa 97 euro a tonnellata. Bruciare i rifiuti in Germania costa un po' meno: 88 euro per tonnellata.
A confronto, il compostaggio e la digestione anaerobica con produzione di biogas costano decisamente molto meno, rispettivamente, 50 e 65 euro per tonnellata.Più economica della termovalorizzazione è anche la bio-ossidazione con messa a discarica degli scarti stabilizzati e compressi, il cui costo medio in Europa si attesta su 75 euro a tonnellata.
I minori costi degli inceneritori tedeschi, rispetto a quelli Danesi e Austriaci hanno una spiegazione. La Germania è ricca di vecchie miniere di salgemma dove si possono stoccare in sicurezza le cosiddette ceneri volanti, ossia tutto quello che rimane nei filtri dopo la depurazione dei fumi degli inceneritori, veri e propri rifiuti tossici in quanto contengono, ad alte concentrazioni, metalli pesanti, diossine, furani, idrocarburi policiclici.
E in queste stesse miniere di salgemma finiscono i rifiuti tossici prodotti dall'inceneritore di Vienna e dall'inceneritore di Brescia, mentre i Danesi, per risparmiare, esportano le loro ceneri volanti nella vicina Svezia.
E questo traffico di rifiuti tossici costa una bella cifra: per lo stoccaggio di ogni tonnellata di ceneri volanti gli austriaci pagano 363 euro e i tedeschi 255 euro.
E le quantità di questi rifiuti tossici, prodotti da mega-inceneritori come quello di Brescia (700.000 tonnellate all'anno) è tutt'altro che trascurabile, in quanto pari a circa il 5% della quantità dei rifiuti termovalorizzati . Ciò significa che l'inceneritore di Brescia ha una produzione di rifiuti tossici, sotto forma di ceneri leggere, pari a 35.000 tonnellate l'anno.
E lo smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi prodotti da un termovalorizzatore incide non poco su i suoi costi di gestione, circa il 20 % e altrettanto cari sono i costi di gestione e di ammortamento degli impianti di trattamento fumi.
Anche in Italia termovalorizzare rifiuti è una scelta che si paga a caro prezzo: mediamente, 90 euro a tonnellata.
Eppure, nel nostro paese smaltire le ceneri volanti costa molto poco (129 euro a tonnellata). Sarebbe interessante capire in quale modo riusciamo ad avere prezzi così bassi anche perché, come sappiamo, l'Italia non ha miniere di salgemma disponibili per lo stoccaggio di rifiuti pericolosi.
Ma la via Italiana alla termovalorizzazione dei rifiuti ha altre singolari particolarità. Mentre Austria, Danimarca, Belgio tassano la termovalorizzazione dei rifiuti (da 4 a 71 euro a tonnellata) in Italia questa tecnologia è incentivata con generose offerte in danaro, pagate all'elettricità prodotta bruciando spazzatura.
In tutt'Europa la vendita di elettricità prodotta bruciando rifiuti avviene a prezzi molto simili a quella dell'elettricità prodotta da fonti convenzionali (olio combustibile, carbone, metano), pari a circa 4 centesimi per chilowattora.
In Italia, la vendita di elettricità prodotta con un termovalorizzatore frutta al gestore dell'impianto da 9 a 14 centesimi a chilowattora, a seconda che l'incentivo economico si avvalga dei vantaggi previsti dai "certificati verdi" o del cosiddetto CIP6. In entrambi i casi si tratta di incentivi che sarebbero dovuti andare alle fonti di energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse) e che invece vanno a favorire la termovalorizzazione dei rifiuti, dichiarati per legge, tutta italiana, fonte energetica rinnovabile.
Questo significa che il gestore, per ogni tonnellata di rifiuto termovalorizzato, grazie all'elettricità prodotta (0,5 chilowattore per chilo di rifiuto termovalorizzato), riceve un incentivo che varia da 25 a 50 euro.
Questi soldi escono dai portafogli di tutte le famiglie italiane e questa (le famiglie italiane) è la risposta alla seconda domanda che ci siamo fatti all'inizio di questa chiacchierata: chi paga?
(...)
Ma, se la scelta della termovalorizzazione spinta andrà avanti, il costo reale della termovalorizzazione, sempre a carico delle famiglie italiane, sarà ancora maggiore.
Pochi sanno che ogni volta che compriamo qualche cosa, paghiamo 7 centesimi per ogni chilo di imballaggio con cui è confezionato il nostro acquisto: contenitore in vetro, plastica, metallo, scatola di cartone, involucro in plastica, sacchetto.
Questa tassa va al Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) e dovrebbe servire a coprire i costi per la raccolta e il riciclaggio degli stessi imballaggi.
(...)
La propaganda a favore dei termovalorizzatori cerca di sminuire il ruolo del riciclaggio come soluzione del problema rifiuti, insinuando l'idea (falsa) che sia una pratica molto costosa.
I materiali post consumo raccolti con tecniche che ne garantiscono la qualità richiesta dal mercato del riciclo, sono pagati dalle aziende che li utilizzano nei loro cicli produttivi, a cifre molto interessanti: 945 euro per una tonnellata di alluminio, 610 euro per una tonnellata di polietilene, 475 euro per una tonnellata di carta d'ufficio.
E, ovviamente, tutto quello che è riciclato non deve essere smaltito e sommando il conseguente risparmio con il guadagno derivante dalla vendita dei materiali raccolti in modo differenziato si scopre che la raccolta differenziata di qualità e il riciclaggio costano meno della raccolta indifferenziate e la termovalorizzazione.
(...)



Il Problema Gassificatori!

Vista l'opposizione che gli inceneritori hanno ricevuto da tutte le comunità locali in cui sono stati proposti l'inventiva italica ha cercato nomi più appetibili ecco allora presentarsi nomi più appetibili: Termodistruttori la soluzione definitiva a dove mettere i rifiuti. Visto che anche questo nome non otteneva risultati apprezzabili ecco allora fuoriuscire dal cappello il termine Termovalorizzatori che intendeva veicolare come tali impianti creassero ricchezza bruciando i rifiuti. In realtà creavano certamente ricchezza ai proprietari i quali erano ben remunerati dallo Stato che considerava l'energia prodotta da questi impianti alla stregua dell'energia rinnovabile. Oggi che si e compreso che cambiano i termini ma tali impianti restano inceneritori si cerca di correre ai ripari scoprendo una tecnologia rivoluzionaria che cancella tutti i problemi detti fino ad ora i Gassificatori. Ma è veramente cos'ì?


La gassificazione è un processo durante il quale le molecole complesse vengono divise in unità più semplici con l'impiego del calore. È una tecnologia ideata per trattare un particolare tipo di rifiuti (es. pneumatici o altri rifiuti speciali), non i rifiuti indifferenziati della raccolta urbana che contengono di tutto.
La gassificazione NON è una tecnologia consolidata, ma è una tecnologia sperimentale, soprattutto se applicata al caso dei rifiuti indifferenziati o il CDR (combustibile da rifiuti) che non hanno una composizione costante.


Il propellente dei gassificatori sono le biomasse che il ministero dell'ambiente definisce in questo modo: “Biomassa è un termine che riunisce una gran quantità di materiali, di natura estremamente eterogenea. In forma generale, si può dire che è biomassa tutto ciò che ha matrice organica, con esclusione delle plastiche e dei materiali fossili(...). La biomassa utilizzabile ai fini energetici consiste in tutti quei materiali organici che possono essere utilizzati direttamente come combustibili ovvero trasformati in altre sostanze (solide, liquide o gassose) di più facile utilizzo negli impianti di conversione. (...) Le più importanti tipologie di biomassa sono residui forestali, scarti dell’industria di trasformazione del legno (trucioli, segatura, etc.) scarti delle aziende zootecniche, gli scarti mercatali, ed i rifiuti solidi urbani.” Lo stesso ministero ci spiega cosa intende per gassificazione. “Il processo di gassificazione consiste nell'ossidazione incompleta di una sostanza in ambiente ad elevata temperatura (900÷1.000°C) per la produzione di un gas combustibile (...). I problemi connessi a questa tecnologia, ancora in fase di sperimentazione, si incontrano a valle del processo di gassificazione e sono legati principalmente al suo basso potere calorifico ed alle impurità presenti nel gas (polveri, catrami e metalli pesanti). L’utilizzazione del gas di gasogeno quale vettore energetico pone alcune limitazioni legate essenzialmente ai problemi connessi con il suo immagazzinamento e trasporto, causa il basso contenuto energetico per unità di volume. Ciò fa sì che risulti eccessivamente costoso il trasporto su lunghe distanze. (...)”



Una conferma sulla sperimentalità della tecnologia di gassificazione dei rifiuti ci viene dall'Enea. Infatti sul sito ENEA del Centro della Trisaia si viene informati che: è stata realizzata una stazione sperimentale di trattamento rifiuti e reflui, per attività di ricerca su reflui, industriali e civili, e su rifiuti solidi, sia urbani che speciali, pericolosi e non.
L'infrastruttura, per la sua estrema flessibilità permette lo sviluppo di ricerca di base sui processi, di ricerca applicata e in pieno campo.
La stazione è costituita da: IMPIANTO PILOTA DI PIROLISI A TAMBURO ROTANTE

L'impianto è attrezzato per il trattamento di rifiuti e residui attraverso una tecnologia a tamburo rotante e a riscaldamento indiretto.
L'impianto, a temperatura medio-alta (500-700°C) e in assenza di ossigeno, consente il recupero di oli, gas combustibili e carboni.
L'impianto è utilizzato anche per i trattamenti termici di terreni inquinati da sostanze organiche e per processi ad alta temperatura quali gassificazione ed attivazione di carboni.



I Gassificatori sono considerati degli impianti estremamente “puliti” (anche perchè vengono paragonati agli inceneritori classici. In realtà anch'essi hanno dei problemi. Infatti i gas esausti prodotti dalla combustione necessaria per attivare il ciclo energetico sono costituiti principalmente da monossido di carbonio, anidride carbonica ed ossidi di azoto.
L’ossido di azoto (NO) è un gas incolore, insapore ed inodore. La tossicità del monossido di azoto è limitata, al contrario di quella del biossido di azoto risulta invece notevole.
Il biossido di azoto è un gas tossico di colore giallo-rosso, dall’odore forte e pungente e con grande potere irritante; è un energico ossidante, molto reattivo e quindi altamente corrosivo. Il ben noto colore giallognolo delle foschie che ricoprono le città ad elevato traffico è dovuto per l’appunto al biossido di azoto. Rappresenta un inquinante secondario dato che deriva, per lo più, dall’ossidazione in atmosfera del monossido di azoto. Si stima che gli ossidi di azoto contribuiscano per il 30% alla formazione delle piogge acide (il restante è imputabile al biossido di zolfo e ad altri inquinanti). Da notare che gli NOx vengono per lo più emessi da sorgenti al suolo e sono solo parzialmente solubili in acqua, questo influenza notevolmente il trasporto e gli effetti a distanza.

Secondo chi propone i gassificatori questo tipo di impianto non produce diossina grazie alle elevate temperature che si ottengono nel forno. La differenza tra termovalorizzatori e gassificatori quindi è legata al fatto che nel primo può andarci anche il rifiuto indifferenziato, mentre nel gassificatore ci dovrebbero andare rifiuti specifici. Quindi se nel gassificatore vengono poi immessi rifiuti indifferenziati, si avranno gli stessi identici problemi dei termovalorizzatori.

Il principio di precauzione vuole che essendo la gassificazione una tecnologia sperimentale, questa affermazione va verificata, perchè la composizione variabile dei rifiuti rende difficile pensare che si possa controllare perfettamente le temperature. C'è un'altra considerazione da fare, quanto è stato sopra detto è solo quello che accade nella produzione del gas utilizzando rifiuti ben differenziati ( non quelli dei cassonetti) c'è poi la necessità di bruciare il gas per produrre energia e questo si effettua attraverso impianti a turbogas, come la costruenda centrale di Aprilia che tanta opposizione trova dagli abitanti di quei luoghi..



Una delle affermazioni di cui si fa forte chi è fautore delle tecnologie di “distruzione” termica dei rifiuti è quella che tali dispositivi all'estero sono situati nel centro di grandi città (Copenahagen, Zurigo, Montecarlo) ciò è accaduto poiché sono stati costruiti nell'ignoranza degli anni ottanta. Man mano che è cresciuta la consapevolezza e la conoscenza l'opposizione di cittadini e municipalità ha bloccato la costruzione di nuovi impianti e imposto la chiusura di quelli più vecchi ed insostenibili. Le città di Londra, Flanders, Hague e Amsterdam hanno cancellato nei loro progetti questi impianti.

In Olanda come in Germania si va verso la riduzione dell'uso di questi impianti attraverso una politica che prevede maggiori forme forme di recupero e riciclaggio. Il recupero differenziato e gli impianti di distruzione termica sono due iniziative entrate tra loro in conflitto per cui gli inceneritori funzionano al di sotto delle loro capacità (per questo sono ben felici di ricevere rifiuti da altri).Anche altri paesi La Finlandia e la svizzera ricorrono all'importazione di rifiuti per sostenere la capacità produttiva degli impianti.

Gli impianti di distruzione termica di Colleferro importano il CDR necessario al loro funzionamento dal Piemonte e dalla Toscana perchè sembra che nel Lazio non esistino impianti in grado di produrre tale “combustibile”.



In conclusione


Quando si costruisce un inceneritore, termovalorizzatore, gassificatore si parte dal considerare quanti rifiuti dovrà smaltire, ciò significa in realtà fotografare una realtà esistente e pensare di congelarla per tutto il ciclo di vita dell'impianto (trent'anni circa).

In altre parole una volta che si è stabilito che un dato impianto deve bruciare ad esempio 100 unità di rifiuti al giorno non sarà più possibile procedere su strade di riciclaggio dei rifiuti in quanto i rifiuti che possono essere riciclati sono proprio quelli che meglio producono potere calorifero. Pertanto ci si ritroverà al bivio di decidere di rinunciare alla raccolta differenziata, far funzionare gli impianti in modo limitato (con aumento dei costi),oppure importare i rifiuti da altri luoghi.

Emblematica è la vicenda della terza linea dell’inceneritore di Brescia. Inizialmente tale impianto sarebbe dovuto funzionare a “biomasse” (legna da ardere, scarti vegetali dai boschi montani o materiali analoghi) ben presto l'impianto ha richiesto di poter utilizzare materiali diversi ed è stato autorizzato ad utilizzare anche i rifiuti speciali da lavorazione industriali: pulper di cartiera; tinture e pigmenti; pitture e vernici di scarto; materiali isolanti; pellicole per fotografie; apparecchiature fuori uso; cavi; CDR.
Si è cercato anche di inserire il cosiddetto fluff, rifiuto industriale costituito dalla “frazione leggera e polveri” di scarto della frantumazione delle carcasse di auto (risulta di plastiche, stoffe, vernici, materiali vari, che nella nostra zona viene prodotto in località Falcognana. Tale prodotto durante la combustione potrebbe potenzialmente generare grandi quantità di PCB e diossine). Fortunatamente tale materiale non è poi stato ammesso al trattamento. Per mantenere poi l'impianto a pieno regime si sono dovuti importare i rifiuti speciali da lavorazione industriali anche da fuori provincia.



Per il Prof. Paul Connet della st. Lawrence University di New York. “(...) le asserzioni in merito alla gassificazione dei rifiuti , che sarebbe “una delle tecnologie a top”, sono già state fatte in relazione ad alcuni impianti costruiti in Australia, Germania, california ed è stato provato che erano asserzioni false.

Ho avuto l'opportunità di visitare uno dei gassificatori- inceneritori in Guappone (...) non sono rimasto convinto della qualità di questa tecnologia. C'è poca differenza in realtà tra gli aspetti fondamentale dell'operazione di gassificazione dei rifiuti e l'incenerimento così come avviene a opera di qualsiasi termovalorizzatore di massa.

E, d'altra parte, gli operatori giapponesi che ho incontrato non erano disponibili a suffragare le loro affermazioni in merito ai bassi livelli di diossina con un sistema di monitoraggio appropriato e convincente. Questo per dire che anche in Giappone c'è scarsa trasparenza e responsabilità nei controlli. Se la situazione è così poco raccomandabile in Giappone , ci si può facilmente immaginare di come andrebbero le cose in Italia(...) In Italia ci sono assai scarsi controlli effettivi su qualsiasi tipo di incenerimento o termovalorizzazione una volta che gli impianti sono stati costruiti e sono entrati in funzione.(...)”



Gli effetti sull'occupazione dei gassificatori e degli inceneritori è inferiore alla produzione dei posti di lavoro che si otterrebbero con la raccolta differenziata e il riciclaggio. Essi impediscono la possibilità di sviluppare iniziative imprenditoriali locali basate su questi ultimi presupposti con cui si trovano in parziale competizione . I posti prodotti inoltre sarebbero di lavori pericolosi (perchè sempre esposti a sostanze tossiche). Il territorio poi verrebbe svalutato in quanto divenendo zona a forte inquinamento ambientale scoraggerebbe la localizzazione di attività produttive non inquinanti .


Insomma inceneritori e gassificatori, non sono uno strumento per la gestione sostenibile dei rifiuti ma si qualificano più per la loro capacità di essere un sistema economico in grado di socializzare tutti i costi e di garantire alti profitti privati.













Bibliografia – Sitografia

www.inceneritori.orgwww.buoniesempi.it - www.greenreport.it - www.wwf.it/lazio - www.minambiente.it - www.trisaia.enea.it - www.nonsoloaria.com - www.tox.it - www.Greenpace.it - www.greenreport .it - “L’Italia sotto i rifiuti” di M. Ruzzenenti 2004, - “Carta n° 31”