Incontro – dibattito
Palazzo Savelli - Albano
Bruciare il futuro...
l'unica soluzione ai rifiuti?
A Cura:
PRC Gruppo circoscrizionale Albano Centro


Il Problema Inceneritori!
Gli inceneritori di
rifiuti, detti anche termovalorizzatori, sono considerati dalla
grande stampa e dalle amministrazioni come: "La soluzione al
problema dei rifiuti con il guadagno della produzione di energia”.
L'incenerimento ed il conferimento in discarica dei rifiuti,
sono una perdita di risorse e materie prime non rinnovabili della
Terra.
Molto spesso gli inceneritori sono propagandati come la soluzione al problema delle discariche perchè realizzano una riduzione del volume dei rifiuti. In realtà la reale riduzione del volume dei rifiuti, dopo l'incenerimento, è circa del 60/70%. Infatti alcuni rifiuti non bruciano (ad es. ferro, vetro), ed altri se ne producono.
Il processo di incenerimento in realtà trasforma la natura dei rifiuti producendo ceneri, quasi un terzo dei rifiuti, trattati; fumi e gas, prodotti nel processo di combustione; fanghi di depurazione; carboni attivi.
L'inceneritore produce maggiore materia in uscita poiché ai rifiuti addiziona ossigeno (la combustione è un processo di ossidazione) e aqua. Più precisamente i materiali di risulta per ogni tonnellata di rifiuti bruciata sono:
! tonnellata di fumi immessi in atmosfera
280\300 Kg di ceneri “solide”
30 Kg di “ceneri volanti”
650 Kg di acqua di scarico
25 Kg di gesso
Le ceneri prodotte, dai termovalorizzatori, devono essere smaltite in una discarica per rifiuti speciali in quanto contengono metalli pesanti ed altre sostanze tossiche e nocive (diossine, furani, PCB) prodotte nel processo di combustione. Più i sistemi di abbattimento dei fumi sono moderni ed efficaci, più sono le sostanze tossiche si accumulano nelle ceneri che poi dovranno essere smaltite in discariche speciali. Anche l'acqua utilizzata per il lavaggio dei fumi risulta essere inquinata.
Se l'inceneritore viene
paragonato con gli altri sistemi di gestione dei rifiuti,
considerando anche i cosiddetti “costi nascosti”, ovvero
i costi ambientali e sanitari che vengono sostenuti dalla
collettività si scopre come quello che doveva essere una
“valorizzazione” in realtà si scopre essere una
perdita secca su tutta la linea per la società. In termini di
qualità dell'ambiente, della salute, dello sviluppo del
lavoro. Infatti gli unici a ricevere una “valorizzazione”
sono i proprietari dell'impianto che vengono pagati per smaltire i
rifiuti e pagati a prezzi agevolati per l'energia che si produce
mentre tutti i costi vengono scaricati sulle spalle e nelle tasche
della società e dei cittadini.
Ogni volta che i rifiuti vengono bruciati significa che sarà necessario prelevare nuove risorse dalla terra per realizzare nuovi prodotti. Infatti l'energia prodotta bruciando i rifiuti, non può considerarsi "rinnovabile" nei rifiuti sono contenuti materiali, come le plastiche, derivati da combustibili fossili, e quindi esauribili. Anzi l'utilizzo della plastica come "combustibile" rischia di generare un circolo vizioso petrolio – produzione – plastica – incenerimento altamente dissipativo e di alto impatto ambientale.
L'incenerimento recupera solo l'energia della
capacità calorifico di un oggetto (il potere calorifico è
il calore che l'oggetto sprigiona quando viene bruciato), ma non
l'energia e le risorse necessari alla sua produzione. Se si vuole
fare una corretta analisi energetica si deve considerare che i
materiali che entrano nell'inceneritore portano con sé un
bagaglio energetico costituito da:
1. l’energia direttamente
ed indirettamente utilizzata per produrre ciascun materiale
2.
l’energia usata per dargli la forma desiderata
3. il potere
calorifico
4. l’energia spesa per le varie operazioni di
trasporto
5. l’energia spesa per la raccolta
6. l’energia
spesa per triturarlo e compattarlo per la produzione di CDR
(combustibile da rifiuti)
Prendendo a modello le plastiche,
l'elemento più appetito dagli inceneritori in virtù del
loro elevato potere calorifico, molto superiore a quello delle altre
componenti dei rifiuti, scopriamo che l’energia da esse
prodotte bruciando è solo circa un terzo di quella servita per
produrle. Insomma bruciare significa buttar via per sempre tutta
l’energia spesa per produrre un manufatto. È questo il
motivo per cui in altri Paesi si preferisce riutilizzare il più
possibile questi materiali anziché affrettarsi a
distruggerli.
Carta e plastiche, in particolare, sono i materiali
che possiedono il maggior potere calorifico, quelli che più
interessano gli inceneritori, ma sono ambedue pienamente riciclabili.
Se si provvedesse al loro sistematico riciclaggio, diverrebbe
non-economico ricavare energia dalla combustione dei rifiuti.
In generale un inceneritore più brucia rifiuti più guadagna pertanto il ricavo economico positivo sarà legato a due condizioni:
*l'inceneritore deve bruciare rifiuti costantemente al massimo della sua capacità;
*deve rimanere in esercizio un lungo periodo di anni.
Per questo i gestori degli impianti stipulano contratti di lungo termine 20\25 anni che prevedono un quantitativo di rifiuti garantito.
Per quanto riguarda i rischi sulla salute
malgrado i progressi riguardo ai sistemi di abbattimento degli
inquinanti è, tutt'oggi, impossibile effettuare monitoraggi
in continuazione per le sostanze più tossiche (quali le
diossine). Attualmente il controllo è solo indiretto,
in base alle condizioni di combustione. Infatti si ritiene che
mantenendo costanti le condizioni operative le emissioni tossiche
avranno piccole fluttuazioni, ma nessuno può garantire
costantemente che vengano rispettati i limiti di legge e i margini di
sicurezza per la popolazione.
Gli stessi controlli previsti dalla
legge sono insufficienti poiché prevedono di effettuare 8 ore
di monitoraggio 2 o 4 volte l’anno come rappresentative del
funzionamento dell’impianto per tutti gli altri giorni di
funzionamento, senza considerare che la variegata composizione del
rifiuto dovrebbe impedire di considerare tali controlli
effettivamente rappresentativi delle condizioni di esercizio
dell'impianto.
I limiti di legge riguardano peraltro
l’emissione giornaliera degli impianti, non l’accumulo
nell’ambiente circostante delle sostanze tossiche,
caratteristicamente molto persistenti e bioaccumulabili negli
organismi. Ovvero, anche se giornalmente viene emessa una quantità
inferiore ai limiti di legge, queste sostanze si accumulano
nell’ambiente ed entrano gradualmente nella catena
alimentare.
Alla domanda se esiste una soglia al di sotto della
quale l’emissione di queste sostanze sia “innocua”.
Il professor Cesare Maltoni afferma: “In
cancerogenesi teoricamente la soglia non esiste perché il
processo di cancerogenetica è un processo probabilistico
stocastico” cioè, teoricamente, anche una sola
molecola tossica può essere sufficiente per originare un
tumore.
Oggi , nonostante siano stati censiti oltre 250 di
questi composti - limitandosi ai soli composti organici nei fumi
dell’incenerimento dei rifiuti in servizio pubblico - esistono
norme specifiche per soli 20 degli inquinanti rilasciati in aria
dagli inceneritori.
Il Problema Gassificatori!
Vista l'opposizione che gli inceneritori hanno ricevuto da tutte le comunità locali in cui sono stati proposti l'inventiva italica ha cercato nomi più appetibili ecco allora presentarsi nomi più appetibili: Termodistruttori la soluzione definitiva a dove mettere i rifiuti. Visto che anche questo nome non otteneva risultati apprezzabili ecco allora fuoriuscire dal cappello il termine Termovalorizzatori che intendeva veicolare come tali impianti creassero ricchezza bruciando i rifiuti. In realtà creavano certamente ricchezza ai proprietari i quali erano ben remunerati dallo Stato che considerava l'energia prodotta da questi impianti alla stregua dell'energia rinnovabile. Oggi che si e compreso che cambiano i termini ma tali impianti restano inceneritori si cerca di correre ai ripari scoprendo una tecnologia rivoluzionaria che cancella tutti i problemi detti fino ad ora i Gassificatori. Ma è veramente cos'ì?
La gassificazione è un processo durante
il quale le molecole complesse vengono divise in unità più
semplici con l'impiego del calore. È una tecnologia ideata per
trattare un particolare tipo di rifiuti (es. pneumatici o altri
rifiuti speciali), non i rifiuti indifferenziati della raccolta
urbana che contengono di tutto.
La gassificazione NON è
una tecnologia consolidata, ma è una tecnologia sperimentale,
soprattutto se applicata al caso dei rifiuti indifferenziati o il CDR
(combustibile da rifiuti) che non hanno una composizione costante.
Il propellente dei gassificatori sono le biomasse che il ministero dell'ambiente definisce in questo modo: “Biomassa è un termine che riunisce una gran quantità di materiali, di natura estremamente eterogenea. In forma generale, si può dire che è biomassa tutto ciò che ha matrice organica, con esclusione delle plastiche e dei materiali fossili(...). La biomassa utilizzabile ai fini energetici consiste in tutti quei materiali organici che possono essere utilizzati direttamente come combustibili ovvero trasformati in altre sostanze (solide, liquide o gassose) di più facile utilizzo negli impianti di conversione. (...) Le più importanti tipologie di biomassa sono residui forestali, scarti dell’industria di trasformazione del legno (trucioli, segatura, etc.) scarti delle aziende zootecniche, gli scarti mercatali, ed i rifiuti solidi urbani.” Lo stesso ministero ci spiega cosa intende per gassificazione. “Il processo di gassificazione consiste nell'ossidazione incompleta di una sostanza in ambiente ad elevata temperatura (900÷1.000°C) per la produzione di un gas combustibile (...). I problemi connessi a questa tecnologia, ancora in fase di sperimentazione, si incontrano a valle del processo di gassificazione e sono legati principalmente al suo basso potere calorifico ed alle impurità presenti nel gas (polveri, catrami e metalli pesanti). L’utilizzazione del gas di gasogeno quale vettore energetico pone alcune limitazioni legate essenzialmente ai problemi connessi con il suo immagazzinamento e trasporto, causa il basso contenuto energetico per unità di volume. Ciò fa sì che risulti eccessivamente costoso il trasporto su lunghe distanze. (...)”
Una conferma sulla sperimentalità della
tecnologia di gassificazione dei rifiuti ci viene dall'Enea. Infatti
sul sito ENEA del Centro della Trisaia si viene informati che: è
stata realizzata una stazione sperimentale di trattamento rifiuti e
reflui, per attività di ricerca su reflui, industriali e
civili, e su rifiuti solidi, sia urbani che speciali, pericolosi e
non.
L'infrastruttura, per la sua estrema flessibilità
permette lo sviluppo di ricerca di base sui processi, di ricerca
applicata e in pieno campo.
La stazione è costituita
da: IMPIANTO PILOTA DI PIROLISI A TAMBURO ROTANTE
L'impianto è attrezzato per il trattamento
di rifiuti e residui attraverso una tecnologia a tamburo rotante e a
riscaldamento indiretto.
L'impianto, a temperatura medio-alta
(500-700°C) e in assenza di ossigeno, consente il recupero di
oli, gas combustibili e carboni.
L'impianto è utilizzato
anche per i trattamenti termici di terreni inquinati da sostanze
organiche e per processi ad alta temperatura quali gassificazione ed
attivazione di carboni.
I
Gassificatori sono considerati degli impianti estremamente “puliti”
(anche perchè vengono paragonati agli inceneritori classici.
In realtà anch'essi hanno dei problemi. Infatti i
gas esausti prodotti dalla combustione necessaria per
attivare il ciclo energetico sono costituiti principalmente da
monossido di carbonio, anidride carbonica ed ossidi di
azoto.
L’ossido
di azoto (NO) è un gas incolore, insapore ed inodore. La
tossicità del monossido di azoto è limitata, al
contrario di quella del biossido di azoto risulta invece
notevole.
Il biossido di azoto è un gas tossico di colore
giallo-rosso, dall’odore forte e pungente e con grande potere
irritante; è un energico ossidante, molto reattivo e quindi
altamente corrosivo. Il ben noto colore giallognolo delle foschie
che ricoprono le città ad elevato traffico è dovuto per
l’appunto al biossido di azoto. Rappresenta un inquinante
secondario dato che deriva, per lo più, dall’ossidazione
in atmosfera del monossido di azoto. Si stima che gli ossidi di azoto
contribuiscano per il 30% alla formazione delle piogge acide (il
restante è imputabile al biossido di zolfo e ad altri
inquinanti). Da notare che gli NOx vengono per lo più emessi
da sorgenti al suolo e sono solo parzialmente solubili in acqua,
questo influenza notevolmente il trasporto e gli effetti a distanza.
Secondo chi propone i gassificatori questo tipo di impianto non produce diossina grazie alle elevate temperature che si ottengono nel forno. La differenza tra termovalorizzatori e gassificatori quindi è legata al fatto che nel primo può andarci anche il rifiuto indifferenziato, mentre nel gassificatore ci dovrebbero andare rifiuti specifici. Quindi se nel gassificatore vengono poi immessi rifiuti indifferenziati, si avranno gli stessi identici problemi dei termovalorizzatori.
Il principio di precauzione vuole che essendo la gassificazione una tecnologia sperimentale, questa affermazione va verificata, perchè la composizione variabile dei rifiuti rende difficile pensare che si possa controllare perfettamente le temperature. C'è un'altra considerazione da fare, quanto è stato sopra detto è solo quello che accade nella produzione del gas utilizzando rifiuti ben differenziati ( non quelli dei cassonetti) c'è poi la necessità di bruciare il gas per produrre energia e questo si effettua attraverso impianti a turbogas, come la costruenda centrale di Aprilia che tanta opposizione trova dagli abitanti di quei luoghi..
Una delle affermazioni di cui si fa forte chi è fautore delle tecnologie di “distruzione” termica dei rifiuti è quella che tali dispositivi all'estero sono situati nel centro di grandi città (Copenahagen, Zurigo, Montecarlo) ciò è accaduto poiché sono stati costruiti nell'ignoranza degli anni ottanta. Man mano che è cresciuta la consapevolezza e la conoscenza l'opposizione di cittadini e municipalità ha bloccato la costruzione di nuovi impianti e imposto la chiusura di quelli più vecchi ed insostenibili. Le città di Londra, Flanders, Hague e Amsterdam hanno cancellato nei loro progetti questi impianti.
In Olanda come in Germania si va verso la riduzione dell'uso di questi impianti attraverso una politica che prevede maggiori forme forme di recupero e riciclaggio. Il recupero differenziato e gli impianti di distruzione termica sono due iniziative entrate tra loro in conflitto per cui gli inceneritori funzionano al di sotto delle loro capacità (per questo sono ben felici di ricevere rifiuti da altri).Anche altri paesi La Finlandia e la svizzera ricorrono all'importazione di rifiuti per sostenere la capacità produttiva degli impianti.
Gli impianti di distruzione termica di Colleferro importano il CDR necessario al loro funzionamento dal Piemonte e dalla Toscana perchè sembra che nel Lazio non esistino impianti in grado di produrre tale “combustibile”.
In conclusione
Quando si costruisce
un inceneritore, termovalorizzatore, gassificatore si parte dal
considerare quanti rifiuti dovrà smaltire, ciò
significa in realtà fotografare una realtà esistente e
pensare di congelarla per tutto il ciclo di vita dell'impianto
(trent'anni circa).
In altre parole una volta che si è stabilito che un dato impianto deve bruciare ad esempio 100 unità di rifiuti al giorno non sarà più possibile procedere su strade di riciclaggio dei rifiuti in quanto i rifiuti che possono essere riciclati sono proprio quelli che meglio producono potere calorifero. Pertanto ci si ritroverà al bivio di decidere di rinunciare alla raccolta differenziata, far funzionare gli impianti in modo limitato (con aumento dei costi),oppure importare i rifiuti da altri luoghi.
Emblematica è la vicenda della terza linea
dell’inceneritore di Brescia. Inizialmente tale impianto
sarebbe dovuto funzionare a “biomasse” (legna da ardere,
scarti vegetali dai boschi montani o materiali analoghi) ben presto
l'impianto ha richiesto di poter utilizzare materiali diversi ed è
stato autorizzato ad utilizzare anche i rifiuti speciali da
lavorazione industriali: pulper di cartiera; tinture e
pigmenti; pitture e vernici di scarto; materiali isolanti; pellicole
per fotografie; apparecchiature fuori uso; cavi; CDR.
Si è
cercato anche di inserire il cosiddetto fluff, rifiuto
industriale costituito dalla “frazione leggera e polveri”
di scarto della frantumazione delle carcasse di auto (risulta di
plastiche, stoffe, vernici, materiali vari, che nella nostra zona
viene prodotto in località Falcognana. Tale prodotto durante
la combustione potrebbe potenzialmente generare grandi quantità
di PCB e diossine). Fortunatamente tale materiale non è poi
stato ammesso al trattamento. Per mantenere poi l'impianto a pieno
regime si sono dovuti importare i rifiuti speciali da lavorazione
industriali anche da fuori provincia.
Per il Prof. Paul Connet della st. Lawrence University di New York. “(...) le asserzioni in merito alla gassificazione dei rifiuti , che sarebbe “una delle tecnologie a top”, sono già state fatte in relazione ad alcuni impianti costruiti in Australia, Germania, california ed è stato provato che erano asserzioni false.
Ho avuto l'opportunità di visitare uno dei gassificatori- inceneritori in Guappone (...) non sono rimasto convinto della qualità di questa tecnologia. C'è poca differenza in realtà tra gli aspetti fondamentale dell'operazione di gassificazione dei rifiuti e l'incenerimento così come avviene a opera di qualsiasi termovalorizzatore di massa.
E, d'altra parte, gli operatori giapponesi che ho incontrato non erano disponibili a suffragare le loro affermazioni in merito ai bassi livelli di diossina con un sistema di monitoraggio appropriato e convincente. Questo per dire che anche in Giappone c'è scarsa trasparenza e responsabilità nei controlli. Se la situazione è così poco raccomandabile in Giappone , ci si può facilmente immaginare di come andrebbero le cose in Italia(...) In Italia ci sono assai scarsi controlli effettivi su qualsiasi tipo di incenerimento o termovalorizzazione una volta che gli impianti sono stati costruiti e sono entrati in funzione.(...)”
Gli effetti sull'occupazione dei gassificatori e degli inceneritori è inferiore alla produzione dei posti di lavoro che si otterrebbero con la raccolta differenziata e il riciclaggio. Essi impediscono la possibilità di sviluppare iniziative imprenditoriali locali basate su questi ultimi presupposti con cui si trovano in parziale competizione . I posti prodotti inoltre sarebbero di lavori pericolosi (perchè sempre esposti a sostanze tossiche). Il territorio poi verrebbe svalutato in quanto divenendo zona a forte inquinamento ambientale scoraggerebbe la localizzazione di attività produttive non inquinanti .
Insomma
inceneritori e gassificatori, non sono uno strumento per la
gestione sostenibile dei rifiuti ma si qualificano più per la
loro capacità di essere un sistema economico in grado di
socializzare tutti i costi e di garantire alti profitti privati.
Bibliografia – Sitografia
www.inceneritori.org – www.buoniesempi.it - www.greenreport.it - www.wwf.it/lazio - www.minambiente.it - www.trisaia.enea.it - www.nonsoloaria.com - www.tox.it - www.Greenpace.it - www.greenreport .it - “L’Italia sotto i rifiuti” di M. Ruzzenenti 2004, - “Carta n° 31”